Note di regia – Manon Manon Manon

“Raccontare in poche righe il mio approccio al progetto delle tre Manon non è cosa semplice, perché ci sarebbe già tanto da dire sulla fonte che le ha ispirate: una storia pubblicata nel 1731 dall’abate Prévost, Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut, che fa parte della più ampia opera romanzesca Mémoires et aven- tures d’un homme de qualité, nella quale narra di un abate spretato, moralista cristiano e filosofo libertino dall’esistenza turbolenta che sogna la fuga ma ritorna sempre alle sue catene. Opera considerata scandalosa, sequestrata e destinata al rogo, ma che divenne un vertice della letteratura romanzesca del Settecento, distribuita di nascosto nei salotti. Questo viaggio pericoloso nel “mondo sotterraneo” del cuore — in un’epoca in cui l’ironia, l’arguzia e il savo-ir-faire prendevano spesso il posto del genio — resta un’avventura senza eguali.
 
È l’Ottocento che trasmetterà Manon ai posteri facendo del personaggio l’archetipo della fille galante. Una certa immagine della donna, sinonimo di femminilità eterna, bella e affascinante da un lato, malvagia ed enigmatica dall’altro, strumento di perdizione e creatura irresistibile. Nel 1848, dopo la pubblicazione della Dame aux Camélias, il mito si trovò incrociato, nel senso genetico del termine, con uno dei grandi miti del secolo, da Anna Karenina a Madame Bovary: quello della cortigiana, della donna mantenuta, della demi-mondaine, della grande horizontale, una definizione molto volgare che corrisponde poco all’originale di Prévost ma che definisce abbastanza bene la lettura che se ne fece un secolo dopo. Fu l’Ottocento a canonizzare Manon, ispirando direttamente compositori molto diversi tra loro: Auber (1856), Massenet (1884), Puc- cini (1893) — e indirettamente, prima degli altri, soprattutto Verdi (1853) con la sua Traviata.

Presentare le tre Manon in Italia, nella terra di Verdi, è particolarmente interessante e legittimo, giacché i primi — cronologicamente parlando — avatar teatrali di Manon sono Marguerite Gautier e Violetta Valéry. Solo che la condanna sociale non è più realmente la stessa, i tempi sono cambiati: Manon, perfetta emanazione di un’epoca basata sul piacere, incarna l’eterna forza della voluttà. Criticata per il suo amoralismo, Manon, per quanto poco amorevole, si vide tuttavia rivalutata rispetto alle avide cortigiane dell’Ottocento che rovinavano i matrimoni e sgretolavano le famiglie. Nel mondo dell’abate Prévost, al contrario, una sregolata vita sessuale non suscita mai tale disapprovazione: Des Grieux critica Manon poco per la sua incostanza ma molto per il suo gusto frivolo per i piaceri. La società di Prévost, spietata con Manon, sanziona non la dissolutezza ma la frode. Questa differenza misura il divario che separa il Settecento dall’Ottocento nei rapporti con il piacere e la sessualità.

Chi sono le nostre Manon? La Manon di Prévost è piuttosto avventurosa, ma è anche una donna libera che scopre il vero amore solo tardi. Nell’opera, i librettisti devono apportare tagli drastici al romanzo, tali da modificare profondamente il carattere dell’eroina: per Auber sarà un uccello in trappola, per Massenet una donna alla ricerca di se stessa, per Puccini una donna libera e ribelle. È l’unione di tutte le Manon che fa Manon, e rappresentare le tre Manon insieme è il punto centrale di questa impresa colossale.

Naturalmente queste opere sono autonome, vivono da sole nella propria indipendenza. Ma sono le loro differenze ad alimentarsi a vicenda: quando Puccini si mise a comporre la sua Manon Lescaut, quella di Massenet trionfava già su tutti i palcoscenici d’Europa dal 1884. Puccini lesse il romanzo dell’abate Prévost e studiò la partitura del suo collega francese. Alcuni suoi amici, tra cui l’editore Ricordi, gli consigliarono di non competere con un’opera francese che riscuoteva tanto successo. Ma Puccini ignorò questi avvertimenti, rispondendo con una frase divenuta famosa: Massenet «la sentiva da francese, con la cipria e i minuetti, io la sento da italiano, con passione disperata». Auber, con la sua scrittura fatta di economia ed elegante discrezione, sottolinea la fondamentale fedeltà di Manon nei confronti di Des Grieux, al di là di tutti i compromessi dettati dagli eventi; la lealtà è la molla del libretto di Scribe, che depura il racconto dalla sua sensualità e anche dalla sua sessualità. Questa fedeltà è molto più evidente nell’opera di Prévost che nelle due famose opere di fine Ottocento, dove viene semplificata, ingigantita, sproporzionata dalle coscienze benpen- santi dell’epoca. La Manon di Puccini è ribelle, la Manon di Massenet torturata, la Manon di Auber più frivola. Tutte le Manon si allontanano e si avvicinano alla loro sorella maggiore letteraria, nessuna le è fedele e nessuna la tradisce.

Se togliamo un lato del trittico, tutto crolla. Da questa constatazione mi sono convinto della necessità di trovare un prisma comune attraverso il quale guardare le tre Manon, per evidenziare meglio peculiarità e differenze di ciascuna. Manon, Manon, Manon… deve essere una sola, uno spettacolo in tre serate con un filo conduttore che le accomuna.
 

Il prisma attraverso il quale osserveremo le nostre Manon sarà il cinema, e più in particolare il cinema francese.  Tre Manon, tre compositori, una fonte: Prévost. Una fonte molto francese, ancorata all’Illuminismo, alla satira sociale del moralista Beaumarchais, al libertinaggio e alla corruzione del dissoluto Sade. Cosa c’è di meglio del cinema per seguire le avventure della coppia, la loro passione amorosa, i paradossi delle loro anime, la loro attrazione verso il piacere e infine il loro declino? Tre Manon, tre epoche del cinema francese, ognuna con la sua forza, la sua peculiarità e il suo fascino. 

Per Puccini il punto di vi- sta sarà quello del “realismo poetico”: il cinema di Il porto delle nebbie, che si svolge anch’esso a Le Havre, il cinema di Amanti perduti, o di L’angelo del male, il cinema di Jean Gabin e Michèle Morgan, il primo grande movimento del cinema sonoro francese della fine degli anni Trenta che romanticizza e mette in risalto le questioni drammatiche e la cui dialettica è così vicina a quella dell’opera. Un cinema in studio con scenografie molto elaborate, con un’estetica e un trattamento della luce fortemente caratteristici, ispirato al cinema espressionista tedesco. Voce del Front populaire, cinema della città, cinema degli operai, dei soldati e delle prostitute, cinema del sudore: questo è il suo lato “realistico”. “Poetico” per il posto che il destino e la fatalità dei suoi personaggi, spesso emarginati, occupano in questi film. 

Con Brigitte Bardot seguiremo le orme della Manon di Massenet nella Parigi degli anni Sessanta, emblema dell’emancipazione femminile e della libertà sessuale. BB la donna liberata, falsamente ingenua; BB anticonformista e fatale. Con i suoi capelli arruffati, i suoi piedi nudi, i suoi abiti minimalisti, il suo broncio imbronciato, i suoi atteggiamenti disinvolti, il suo lato selvaggio, la sua immancabile franchezza, il suo carattere ribelle e la sua presunta sessualità, chi meglio di Bardot può incarnare la tentazione del peccato e del desiderio?
 
E cosa c’è di meglio del cinema muto per rappresentare la Manon di Auber, in tutta la sua fragilità e ingenuità? Come meglio interpretare la più deli

cata, la più fragile, la più “vecchio stile” delle tre Manon? Con il cinema francese che ha aperto la via a quest’arte, ossia con Georges Méliès e Alice Guy — sì, una donna, totalmente sconosciuta, che fu senza dubbio la prima regista donna, forse addirittura il primo regista della storia del cinema. Il 28 dicembre 1895 a Parigi nasce il cinema: i fratelli Lumière organizzano la prima proiezione pubblica a pagamento della storia, proiettando una scena tratta dalla vita, non ancora una finzione. Poco meno di un anno dopo, il 7 novembre 1896, venne organizzata a Torino la prima proiezione cinematografica in Italia, con apparecchiature Lumière. Il cinema in Italia è stato prima francese, poi torinese. La Manon di Auber sarà quindi “muta”. In un certo senso costituirà il legame tra il nostro progetto e Torino, la città dove è nato gran parte del cinema italiano, dove sono nati i primi studi e le prime sale cinematografiche, la città che ha lanciato produzioni di fama internazionale. Torino, che possiede uno dei musei del cinema più belli in assoluto, con una delle collezioni cinematografiche più importanti al mondo.

Il cerchio è completo.”

Arnaud Bernard
Regista